V.H.S.
- Yasmine Safi
- 31 ott 2025
- Tempo di lettura: 14 min
Aggiornamento: 5 feb
spiritualità

Leda è un’ottima madre e una pessima mamma.
La routine la protegge dalla frustrazione e la sua fede le dà un motivo per aspettare la morte: come il vino o l’orgasmo. Aspetti, sapendo che otterrai di meglio, di più raro. E Leda vive proprio secondo questo principio. Un principio non suo, ma dell’ Agatismo: il culto di Agata. La prima donna del Quartiere, casalinga capace, fertile, visivamente amorevole e soprattutto silenziosa. Agata preferisce il sorriso alle parole, infatti “Il sorriso di una donna vale più di mille parole” cita nel suo testo sacro La verità di una donna.
E così quando l’orologio batte le sei del mattino, Leda si sveglia, nessun promemoria elettronico, apre contemporaneamente entrambi gli occhi. Nessuno sbadiglio. Il corpo è programmato per raggiungere il bagno. Leda non si siede sulla tazza, sa che una brava donna non deve fare rumore, si acquatta sulla porcellana bianca e controlla il getto con dolorosa precisione.
Poi, sciacquate le mani, si sistema davanti allo specchio. Pettina piano i capelli, con una mano pesca dal cesto di vimini una manciata di spilli per bigodini. Sistema i capelli in uno chignon mentre si riempie la bocca di piccoli aculei di plastica colorata e poi, con ordinata calma, fissa la pettinatura alla nuca. Segue trucco, cotonatura della frangia, lacca e abito del catalogo Bellas Hesse & Co: approvato da Agata.
Sempre puntuale, alle sette e trenta arriva il lattaio con la colazione. Leda ritira il pasto pronto, sistema la tovaglia sul tavolo e scarta le posate compostabili. Indossa il grembiule aranciato e lega le estremità bianche dietro al collo e intorno alla vita. Con le mani laccate di smalto arancino controlla le tasche e si assicura che il taccuino sia al suo posto: lo è, nella tasca sinistra, due token e una sigaretta invece in quella destra. Prepara il caffè, marca Edwards, perché come cita la pubblicità è
“La nuova chiave per il cuore di un uomo!” e lo versa nelle tazzine sul tavolo.
Una per ciascun membro della famiglia, lei esclusa.
Non si siede con loro, non fa conversazione, non mangia. Volteggia intorno al tavolo, distribuisce baci umidi sulle guance e poi sta zitta, in piedi, davanti al lavandino, la piccola finestra della cucina che riflette il neon dei cartelli pubblicitari che lei ammira: donne bellissime che agitano aspirapolveri o sorridono alla bottiglia Coca-Cola.
Sospira e pulisce il lavandino pulito, passa la spugna, apre e chiude l’acqua del rubinetto, canticchia e aspetta. Aspetta che tutti abbiano finito di mangiare, poi li accompagna alla porta e con una mano che si agita lenta, li saluta, sorridendo Coca-Cola.
Di nuovo dentro, rassetta la cucina, buttando tutto nell’immondizia, tovaglia compresa, sciacqua la caffetteria con cura e la lascia ad asciugare sul bordo rigato del lavabo.
Le gocce d’acqua corrono lungo le piccole concave dei bordi e poi scivolano lungo la parete di acciaio, giù per il nero dello scarico. Leda le osserva qualche minuto e poi si schiaffeggia la guancia. Ogni giorno lo stesso pensiero: quelle gocce che precipitano, dove finiscono?
Schiaffo e i pensieri tornano in ordine con una nuova passata di spugna sul lavabo già pulito.
«È ora di lavorare!»
La voce di Leda è squillante come tutto in lei: dai capelli carota troppo cotonati, fino al ticchettio delle pantofole.
«Sono Leda, la sua assistenze al suicidio.»
«Coca-cola, la pausa che ristora!”
«Il Quartiere ricorda, Progetto Lazzaro: rinasci con un nuovo te stesso!»
Leda lavora come Voce del Quartiere. Il suo timbro è versatile: è capace di passare da un tono sensuale e ammaliante a tonalità più fredde e professionali.
Si occupa di ogni registrazione, dalle cabine suicidio agli annunci radiofonici.
Leda ambiva ai cartelloni pubblicitari, ai jingle degli spot televisivi, ma il suo aspetto non rispecchia il modello del Quartiere, e così si convince che il suo lavoro le piace.
Le permette di stare a casa, il luogo simbolo di Agata e di essere una guida e un supporto a tutti i cittadini del Quartiere, infatti “La donna è come un faro nella notte, stabile, luminosa e sempre al suo posto.” Parole di Agata.
All’ora di pranzo, saluta di nuovo il lattaio e ritira il suo pasto pronto, lo sistema sul solito vassoio snack-lap in latta, il suo preferito, quello color cappuccino con i fiori secchi screpolati pastello al centro. Leda lo spaccia come cimelio della nonna, perché come dice Agata “La casa è fatta di oggetti, tradizioni e generazioni, ancora meglio quando tutte e tre queste realtà si incontrano” come il grembiule della sua bisnonna, continua a indossarlo ancora adesso per non dimenticare mai chi era.
Leda non ha una nonna, tanto meno una bisnonna.
Prima di sistemarsi sul divano redoute giallo, pesca dal grembiule un Token e lo inserisce nella piccola fessura accanto alla manopola del volume del televisore. Il tubo catodico frizza, lo schermo si fissa sul blu, macchiato da una povera lista di titoli bianchi.
A quel punto si siede, schiena dritta sul divano, sistema il vassoio sulle ginocchia e con il telecomando seleziona la sua soap-opera preferita: Il Distillato del Quartiere.
Mangia, sorride e guadagna un Token, da spendere domani, allo stesso modo, alla stessa ora.
La sera, stessa scena della colazione ma con polpettone.
Segue riunione silenziosa intorno alla tv e poi tutti a nanna.
Nella notte Ois agita il bacino in un sesso pigro e ansimante. Per fortuna, pensa ogni notte Leda, Ois è come la pubblicità del nuovo Gillette: “È la lama che il viso non sente”.
E così ogni giorno, come una bambina che gioca con un’enorme casa delle bambole.
Salvo feste, ricorrenze, e piccole riunioni di Quartiere, la sola, vera deviazione nella routine di Leda avviene una volta al mese, il primo.
Oltre al lattaio arriva anche Poe, il postino. Il pacco viene consegnato direttamente a Leda. Il campanello suona, lei tacchetta sulle ciabatte e apre la porta con un sorriso da tre Token.
Il pacco è esclusiva dei cittadini registrati come fedeli di Agata e Norm.
Leda si sente particolarmente importante quel primo del mese in cui le viene recapitato il pacco, ma essere registrati come fedeli è molto più semplice del matrimonio.
Lo sa, ma si racconta una bugia ogni volta: sostituisce il ricordo della firma all’ufficio Registrazioni e Contratti, con lei che piange di fronte agli uffici del Quartiere testimoniando la sua fede e la sua volontà ad essere un cittadino modello.
In fondo, poco importa: “La verità è il primo segreto di una donna”.
Leda zampetta verso il salone, il seno appuntito che si appoggia al quadrato di cartone.
Si siede sul divano, con l’unghia taglia lo scotch dell’incarto e tira fuori una videocassetta: nera, due occhi bianchi sporchi, una linea di polvere sull’etichetta che riporta in corsivo Archivio cittadino 18041958.
Leda fa scivolare il pollice sulla polvere e nota accanto all’ultima cifra del suo numero cittadino un disegno, un piccolo scarabocchio a penna: sembra un cappello da giullare. Sarà una trovata pubblicitaria, ultimamente compaiono sempre più spesso ma poco importa, è arrivato il momento della cassetta. Sorride, e il trillo del cercapersone conferma quel brivido di eccitazione.
Oggi niente lavoro, nessun passaggio della lucidatrice, niente soap opera.
Ogni primo del mese Leda riceve il suo catalogo V.H.S., acronimo per Visual Homiletic System, che contiene l’intera registrazione del mese appena vissuto.
Una sorta di rapporto, come lo definisce lei stessa. Strumento fondamentale per ogni fedele perché “Guardati come ti guardano gli altri. Non essere protagonista della tua vita, scegli di esserne la regista! ”
Inserisce la cassetta nel lettore e si accomoda sul redoute, schiena dritta, spinge le natiche sul poliestere misto a poliammide del divano e aspetta che il rumore bianco sparisca.
Lo schermo scivola dal nero al grigio e si divide in tanti piccoli quadratini, in ognuno c’è un angolo o una stanza della casa. Leda si guarda, mentre passeggia per i corridoi, passando da un quadratino all’altro dello schermo con in mano la sua fedele lucidatrice, oppure seduta composta al tavolo da lavoro.
Osserva la registrazione in soddisfatto silenzio e prende appunti sul suo taccuino. Qualche volta manda avanti veloce, salta le notti, i momenti morti, perché le interessa una sola cosa: l’errore.
«Devo tenere la schiena più dritta; lì ho baciato Ois con poca passione; quelle gambe sono orribili, taglierò la mia dieta; e quel buongiorno, grande Agata, Leda, mostrati un po’ più interessata!»
E intanto le cosce sfregano mentre la bocca ondeggia tra il sorriso e l’umiltà.
Trattiene l’emozione come se fosse una bestemmia.
Si guarda e riguarda, si ammira, si giudica, si complimenta e si rimprovera e questo gioco delle parti a Leda piace perché sa che non può che migliorare. La strada davanti a lei è luminosa e sta facendo le cose nella maniera corretta. Come quando sculaccia i figli, finge gli orgasmi, trattiene le lacrime, non cede alle tentazioni e sopprime ogni desiderio di libertà che possa sporcare la sua figura di brava madre.
Lo fa bene, con il sorriso sulle labbra e la schiena dritta.
Intanto il nastro magnetico si scalda: l’orologio batte le due del pomeriggio e Leda termina la visione precisa, sempre a quest’ora. Come da prassi, si alza, volta le spalle alla televisione e aspetta di udire il solito click delle bobine che si riavvolgono: uscirà dal salotto, andrà in cucina e si preparerà la sua solita tisana alla belladonna, il tempo di versare un solo cucchiaino di zucchero e la cassetta sarà riavvolta, pronta a essere restituita al postino il mattino seguente.
La sua mano è un ragno sul pomello della porta.
Aspetta ma nessun click.
Aspetta ancora, il ragno di pelle che vibra appena. Nessun click.
Leda si volta, le rughe della fronte disegnano un labirinto nodoso di vene.
La cassetta continua a girare, le bobine ruotano ancora: nei primi fotogrammi si vede Leda uscire dalla porta e andare in cucina, seguire il suo solito tran tran fino a sera, fino al momento della messa a letto e poi inizia il giorno successivo.
Deve essere un errore, pensa la nostra brava casalinga, e così tira fuori la cassetta, soffia sulle bobine e la inserisce nuovamente e manda indietro di qualche minuto la registrazione.
Si ripresentano le medesime immagini, il tempo continua a scorrere, i giorni passano e quella sullo schermo è un’indaffarata Leda del futuro.
Davanti a quelle immagini premonitorie la donna è ipnotizzata.
Raccoglie senza distogliere lo sguardo dallo schermo il telecomando e poi si fissa come uno spillo di fronte alla luce sporca del CRT: preme il dorso della plastica nera.
L’ipnosi è tale che non si è accorta che il telecomando è al contrario e non può rispondere ai suoi impulsi.
Stringe il polso e, per la prima volta, distoglie lo sguardo e porta una mano alla bocca.
«È sbagliato. Non posso guardare, sarebbe barare, giusto?»
Sussurra le parole, la lingua si agita lungo le labbra e intanto le immagini filtrate dal tubo catodico sono come bloccate in un loop. I numeri in alto a sinistra che segnano lo scorrere dei minuti e dei secondi, il susseguirsi dei giorni e degli anni sono l’unico indicatore che la cassetta sta andando avanti, che sta mostrando qualcosa di nuovo mentre per la nostra spettatrice, è solo presente.
Presente condito da piccoli dejà-vu.
Leda scivola sul tavolino del salotto, lo sguardo rapito da quel carosello di immagini gemelle. Poi la testa fa uno scatto, le mani rigirano il telecomando e Leda preme il tasto stop.
Un sorriso le taglia il volto.
«È un segno. Agata mi ha scelta!»
Affonda le mani nel grembiule e pesca il taccuino.
Il telecomando preme il tasto play.
Le ore scorrono, il calore del neon scioglie i colori della stanza e Leda si scioglie sul pavimento. È sdraiata per terra, i piedi nudi che si arricciano e si sfregano, le scarpe e i capelli abbandonati sulla moquette. In sottofondo risolini e ronzii si alternano come la lampada insetticida viola e blu sul portico.
Leda è ubriaca di lei: ha segnato sul suo taccuino ogni piccola variazione che la cassetta del futuro le ha mostrato, come i giorni di malattia dei bambini, i giorni di pioggia, i giorni di visita da qualche vicino, cosa richiedere al Quartiere come pasti sulla base di quello che preferiranno marito e figli, di cosa parlare per sembrare brillante alle feste e alle riunioni del Quartiere, come soddisfare le pigre fantasie del marito, cosa è meglio indossare e quando, in quali momenti guadagnerà Token e come spenderli, come evitare di piangere, come non farsi vedere scomposta o impreparata, le future mode, quando lasciare o trattenere la pancia…
La penna masturba ogni angolo bianco del foglio, gli occhi schizzano dal taccuino allo schermo, e la mano che stringe il telecomando trema a ogni manipolazione degli infrarossi.
La pelle è tesa, i peli elettrici e i baffi dello scompenso ormonale sono umidi e freddi.
Leda si sente come un’adolescente di fronte al suo primo film porno: confusa, eccitata e maledettamente terrorizzata dalla realtà.
Un terrore che inchioda il suo ombelico a terra e gli occhi allo schermo, un terrore sensuale che provoca pruriginose fantasie a cui Leda non sa resistere: e così passa l’intera giornata a sfogliare, mettere in pausa, saltare, mandare avanti, riavvolgere e catalogare la sua intera vita. A rifinire ogni passaggio, ogni parola, a limare ogni comportamento, ogni minuscola stortura o sbavatura quando l'orologio batte le 18.00. Nota fuori dalla finestra che il buio del Quartiere è più profondo e il taccuino è pieno: non è rimasta una sola pagina bianca.
Il sorriso è stanco ma vivo.
Devo fare qualcosa, pensa, ho bisogno di tempo, e in suo soccorso giungono le parole di Agata “Il riposo è sinonimo di fallimento, a meno che non sia per una buona causa.”
«La mia è una buona causa!» l’isterismo fa vibrare le vocali.
Leda si alza di scatto, mette in pausa la registrazione, spalanca la porta, corre in cucina e si avventa sul telefono a muro.
Digita agitata le cifre 000 e piega la schiena, portando la cornetta stretta alla bocca: il ricevitore si macchia di rossetto.
«Centralino, sono Muriel, come posso aiutarla?»
Leda sussulta, come se la donna dall’altra parte potesse conoscere i suoi piani.
«Ufficio Registrazioni Contratti, Ois, cittadino numero 11041967.»
«La metto subito in contatto.»
A ogni tu tu dell’attesa Leda stacca con i denti un piccolo pezzetto di unghia arancione.
«Ois, porteresti i bambini fuori a cena?»
Più che una domanda è un ordine. Leda ha dimenticato di dire tesoro e per favore e per la prima volta a pesarle sullo stomaco non è il senso di colpa ma la paura: l'aplomb della Leda Voce del Quartiere è scomparso. Il tono ora è rauco, la sensualità si è tramuta in ossessione e il calore che prima emanava ora brucia di ansia e tensione.
La risposta di Ois è un sì acuto e suino. Leda ringrazia e sbatte la cornetta al suo posto.
La silhouette scomposta corre nel buio, si agita dietro la porta del salotto e si accende davanti allo schermo.
Il telecomando è stretto tra le mani umide e le unghie frastagliate, il pollice preme con forza il tasto dell’avanti veloce come se la maggiore pressione facesse scorrere le bobine più velocemente: solo un'impressione ma per Leda è reale.
Non c’è tempo…
Domani deve restituire la cassetta e una notte non basta per correggere una vita.
Si gratta la chioma spenta e una forfora rossa fiocca sul viso mentre una smorfia di dolore riga le labbra. Un pensiero le infilza sul volto due occhi pieni e sgranati.
«Agata vuole che io guardi la fine. Vuole consolarmi per i miei sforzi e mostrarmi il dopo.»
La pelle della gola trema e i muscoli della mandibola sono tesi, incastrati in un'espressione di grottesco sollievo.
Devo vedere la fine…
Gli anni e le immagini scorrono, veloci, come in un film comico in bianco e nero.
Il sorriso di Leda è tirato da un divaricatore invisibile, sorride fissa, prepotente.
Poi la prepotenza diventa dubbio, il dubbio si trasforma in certezza e alla fine la bocca si piega in un arcobaleno di carne rossa e umida, le lacrime rigano le guance, il mento si corruccia e le sopracciglia quasi si sfiorano. Sul suo volto scoppia il dolore: non quello fisico, quello dei lividi, del sangue e degli schiaffi, ma quello invisibile e fantasma, che Leda sente dentro, con i brividi e che le stupra l’anima.
Molla uno schiaffo alla guancia bagnata.
«SMETTILA!» un respiro profondo gonfia il petto e stira la schiena.
«La tua è una vita degna del dopo. Quello ti interessa!» Leda si rimprovera con la stessa vergogna che riserva ai figli.
Gli occhi bianchi e rosa tornano sullo schermo.
A velocità ridicole si vede una vecchia passare la lucidatrice sul pavimento della cucina: avanti e indietro, una mano poggiata al tavolo di legno.
La piccola figura grigia sullo schermo è uguale a Leda, una fotografia scolorita e stropicciata che a rapidi scatti di fotogrammi si piega, una mano stringe il petto, come se strizzasse un limone. La schiena si curva, la vecchia si appoggia al muro e scivola a terra, il petto che si alza e si abbassa veloce, gli occhi che ruotano dietro le palpebre, la bocca socchiusa, la mano un pugno chiuso sul cuore. Il neon sfarfalla nella velocità della registrazione e affetta di ombre il corpo esanime.
Quella Leda è morta e la Leda viva ha le mani al petto e stringe l’euforia, gli occhi sgranati che aspettano di vedere dopo.
La schiena si piega in avanti, il viso di Leda a pochi centimetri dallo schermo che improvvisamente si spegne.
Nero.
Il nastro gira, regolare, mentre il buio mangia Leda e il salotto.
Passano i minuti dello schermo. Passano i minuti della realtà.
Poi un urlo scrolla le spalle di Leda, i capelli e il seno. Un urlo acuto, frustrato che si ripete più e più volte, come se la donna riprendesse fiato e conoscenza tra un grido e l’altro.
Leda agguanta la televisione con le mani, le unghie che rigano storte la plastica argentata.
«Non c’è niente?! Non c’è niente, non c’è niente, non c’è niente, non c’è niente…» e la cantilena continua, le parole si ripetono meccaniche.
«Dov'è il mio CAZZO di Paradiso!»
Leda grida di nuovo. Un urlo senza respiro che la lascia senza fiato, in preda alla tosse e ai brividi che trasmettono lungo i nervi un misto di rabbia e desolazione.
Il click della cassetta segue un singhiozzo e nel silenzio uno scampanellio rieccheggia.
Il telefono sta squillando. Il ricevitore contro il muro trema violento, capriccioso.
Come sorretta da fili invisibili, Leda si alza, pattina lungo il corridoio e si appoggia accanto al muro tremante della cucina. Lancia uno sguardo alla cornetta: è stanca, non vuole rispondere ma il trillo non demorde. La stacca e la porta all’orecchio con un movimento pigro.
«Buonasera, servizio clienti V.H.S.»
La pelle del viso si tende in un'espressione contratta, a metà tra il sorriso e la curiosità.
«Buonasera» risponde Leda cercando di nascondere i toni acuti del cortocircuito.
«Parlo con Leda, Cittadino numero 18041958?»
«Sì, sono io.»
«Perdoni l’ora Leda ma volevamo informarla riguardo un disguido tecnico.»
«Un disguido?» la voce intona un sorriso.
«Sì, potrei farle qualche domanda sul suo sistema V.H.S. per assicurarmi che sia tutto in ordine?»
«Certo» e la testa dondola su e giù come il gatto giapponese portafortuna del ristorante.
«La sua cassetta conteneva l’archivio del mese trascorso?»
«Sì.»
«Ha potuto visualizzarlo o ci sono stati stacchi, schermi neri o altre interruzioni?»
Alla parola schermo nero Leda si morde il labbro inferiore, le lacrime che spingono furiose.
Resisti Leda, forse si è solo trattato di un errore.
Ingoia il singhiozzo :«Sì, alla fine lo schermo è rimasto nero più a lungo del solito, come se ci fosse un’immagine sotto ma fosse nascosta o buia.»
Bugiarda. Leda imbocca le parole all’operatore e ad ogni sillaba spezzetta un po’ di più un'altra unghia.
«Quello è nella norma, Leda. Ha riscontrato altre anomalie?»
Leda spalanca gli occhi e affonda le unghie nel palmo della mano.
Nella norma, ripete nella sua testa.
Quello è nella norma, ma Leda non può accettare questa normalità. Questa realtà in cui sa che non l’attende che il buio, il nulla, lo stesso, l’uguale, la ripetizione. Come la sua vita. Conosce i suoi movimenti a memoria, i suoi respiri, le battute di Ois e le sue carezze, sempre uguali. E i suoi figli, che sono il memento mori della sua vita sessuale.
Poi ci sono le amiche, gli amici e le conoscenze e se esistesse un termine più superficiale per indicare due persone che conoscono solo il loro nome, ci sarebbe anche quello nella vita di Leda a riempire il nulla. Lei è come un potpourri: profumato, abbellisce l’ambiente, ma è morto, secco.
«No, nessun’altra anomalia.»
«Perfetto. La lasciamo alla sua vita. Buonasera.»
Le mani torturate sbattono la cornetta, poi le dita ne accarezzano il dorso. Avanti e indietro, come la lucidatrice. Dopo qualche minuto si volta e si dirige in bagno.
Il neon della strada illumina lo specchio e Leda inizia a pettinarsi i capelli, a sistemare le ciocche e a raccogliere la chioma in un ordinato chignon.
«È colpa mia.»
Con la mano libera raccoglie dal piccolo cestino di vimini una manciata di spilli da bigodino.
«Non ho fatto abbastanza» spiega Leda, fissando il centro del suo petto riflesso. Riempie la bocca di spilli. «Posso fare di più. Devo fare di più.»
Mugugna mentre infilza con forza lo chignon alla testa.
«Devo solo essere più brava.»
Con il dito sistema le ciocche vagabonde dietro l’orecchio.
«Sarà il nostro segreto, Agata.»
In fondo “La verità è il primo segreto di una donna.”





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