Glitter
- Yasmine Safi
- 31 ott 2025
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 5 feb
Equilibrio

Le prostitute del Quartiere non vendono il corpo: vendono l'anima, accompagnata da un pizzico di dignità e una dose massiccia di odio per sé stesse.
Altro requisito importante per essere una purple è ignorare il significato della parola rispetto.
Mi chiamo Petit Mal e so che il rispetto è sinonimo di silenzio.
Passo le mie serate davanti allo specchio, nuda, mi fermo ad ammirare i lividi: mi incantano, colorano la pelle e donano un gonfiore naturale che rimpolpa le gote. Il colorito originale, diafano, è ormai un ricordo e io l’ho sempre odiato tutto quel bianco, quasi fosse un libro senza parole, senza una storia.
Il livore invece ha una storia, una ragione di esistere, di espandersi lungo l’epidermide spezzata: a volte può non avere un senso ma ha sempre un significato.
Ho un sogno nel cassetto, come ogni brava ragazza del Quartiere, ed è diventare un’attrice: ci ho provato, ma preferisco recitare sempre che su richiesta. Non so essere me stessa, o meglio, non voglio esserlo: ho un aspetto banale, sentimenti banali, paure banali e soprattutto desideri banali. Il Quartiere è la mia chance di essere eccezionale. Quando mi hanno proposto di essere una purple, ho pensato che non ci fosse nulla di più anomalo: è perfetto, ho risposto quel giorno. E da allora, non rimpiango nulla. Ho pochi clienti e tutti fedeli.
Abbiamo scambiato i primi e imbarazzanti colpi quando avevo diciassette anni, ora ne ho ventisette e sotto Natale mi ritrovo a pensarli.
Alvis ha settantasei anni, padre e uomo pigro. Si presenta ogni lunedì e venerdì dalle 17.00 alle 18.00 insieme a suo figlio, per dividere un momento di unione al sapore di tabacco Camel. Io siedo al centro e sono il posacenere. A turno fumano il piccolo cilindro bianco, la linea fine e marrone che stringe il filtro disegna un orizzonte sopra la testa stilizzata del dromedario blu.
Aspirano a fondo e poi poggiano la sigaretta sul lato della mia bocca, in equilibrio, la punta della mia lingua spinge al centro della carta umida e bianca. La cenere scivola in gola, la polvere grigia si impasta nella saliva e si trasforma in un filamento lungo e grumoso che corre lungo le gengive per poi essere risucchiato dal riflesso della deglutizione. L’amaro si impossessa del mio corpo, gli occhi si sforzano di rimanere aperti e il pomo ondeggia piano, cerca di non far rumore e accompagna il grumo nel suo ultimo viaggio verso l’esofago. Stanotte brucerà, mi costringerà a correre in bagno a vomitare, a colorare la ceramica di inchiostro grigio e rosso.
Mi piacciono i colori, da piccola non c’era passatempo migliore del colorare: Il Quartiere mi permetteva di disegnare l’erba rosa, il cielo azzurro e il mio corpo viola.
Quando padre e figlio finiscono la loro chiacchierata, spengono i mozziconi sulla lingua e li abbandonano al buio della bocca che chiudo piano. Deglutisco. I Token cadono sulla moquette lavanda e poi la porta si chiude, educata.
Alvis paga tre Token, servizio standard, come per il mio secondo cliente.
Ois ha quarantadue anni, solo e sposato. Viene senza accompagnatori, il giovedì alle 13.00 durante la pausa pranzo. Lavora all’ufficio R.C, Registrazioni Contratti, e a volte come pagamento, al posto dei Token, mi offre il suo pranzo. Dice che è un po' una sorta di appuntamento e che il polpettone è il suo preferito.
È un cittadino modello, non ha mai saltato una visita e mi picchia cortese.
Mi permette di prendere fiato tra un pugno e l’altro, e non mi ha mai tirato uno schiaffo: il colpo dell’umiliazione.
Mi picchia finché ha fiato in corpo, poi le braccia si appesantiscono, i colpi si fanno più lenti e la precisione cala. A quel punto si ferma, sento il bacio sul collo del piede, intatto e sgonfio. Poi esce, la giacca, stretta fra due dita, appoggiata alla spalla e il collo bagnato. Riesco a vederlo sempre, tra i capelli umidi.
L’ultimo cliente, invece, è donna. Le piace recitare, non ha una vera passione a differenza mia, ma è brava. Scrive lei i copioni dei nostri appuntamenti: stessi personaggi, poche variazioni. C’è una coppia, moglie e marito, lei fa il marito, io la moglie. Lei lo ama e lo odia. Lui la picchia, non come gli altri clienti: lui la picchia perché non sente nulla.
Arriva da me il lunedì alle 16.00, vestita come un brav’uomo del Quartiere fedele di Norm, con il classico suit plissettato beige e la camicia bianca. Ogni indumento le sta largo, almeno tre taglie più grandi. Io apro la porta in un coat dress a righe rosse e bianche, come quello suggerito dal catalogo Alden's 1953. Ha le tasche grandi e profonde: in una affondo la mano destra, mentre con la sinistra apro la porta.
Lei entra senza salutare, lasciando cadere a terra il solito copione, io lo raccolgo e da quel momento in poi quel plico di carta diventa un accessorio onnipresente, come la lacca Spray Net Hair, “Le ragazze in gamba non escono mai senza”.
Ci sediamo in salotto, occupiamo le uniche due chaise longue e il tavolino nero lucido al centro con le gambe anoressiche occupa a fatica i nostri riflessi. Scambiamo le battute del giorno: lui, o lei, mi chiede se le emozioni si possono sovrapporre, come due litiganti, se a un certo punto una si può spegnere, come se uno schiaffo abbia zittito l’altra e io l’ascolto e rispondo secondo copione. Non ti capisco, dico, e lui prende a picchiarmi. Iniziamo piano, solo qualche pugno. Segue un altro scambio di battute: il marito chiede se è possibile che lui sappia di amarla ma non lo senta. La moglie risponde confusa, grattandosi i capelli cotonati e chiedendo spiegazioni. Il marito non ne ha e la picchia ancora.
E si continua così, in un botta e risposta tra due persone che parlano la stessa lingua ma con significati diversi e durante il nostro teatrino, Giò ha solo una richiesta che riguarda la parte fisica della nostra sessione: i glitter.
Prima del suo arrivo, lungo i lineamenti del volto, a filo delle vene delle braccia e delle gambe, e sotto i cuscinetti di adipe della pancia, del seno, e delle guance, inserisco minuscoli palloncini pieni di glitter. A ogni colpo scoppiano spargendo piccoli puntini brillanti e appiccicosi, e luccicano di più con il sangue.
Sono fuochi d’artificio, caldi, colorati, innescati da una violenza che è pura incomprensione.
Giò non è cattiva, non suda, e non mi fa male. Mi rende più bella, oltre ai colori, riempie la mia pelle di dozzinali diamanti: mi sento una sirena fuori dall’acqua e a volte con lei non riesco a respirare.
Quando mi colpisce mi chiede se sento. Le prime volte descrivevo quello che sentivo, come piace a Ois, ma non è quello che voleva Giò. Lei voleva solo sapere se il dolore era vero, se lo percepivo e non cosa percepivo.
E io non le mentivo, mai.
La sentivo e mi chiedevo chi fosse lo sconosciuto che non ci riusciva: quale asettico e apatico uomo non riusciva ad avvertire tutta quella menomata passione?
Alla fine di ogni sessione, Giò mi ascoltava, giusto qualche minuto, quasi fosse la sua mancia emotiva, e a me faceva piacere. Le raccontavo tutto ma in pillole brevi e digeribili, come se i miei pensieri e i miei desideri fossero elementari quanto i disegni di un bambino: avrei voluto argomentare, spiegarmi, approfondire, ma Giò era stanca di quello. Odiava dissezionare i pensieri più che i suoi pazienti.
Dopo la mancia, se ne andava, sbattendo la porta.
Oggi però non se n'è andata: è ferma in cucina, con una tazza di fumo fra le mani. Ha portato con sé una valigia, un piccolo cappello da giullare è inciso sulla pelle marrone e dura.
«È per te»mi ha detto. «Te li regalo. Puoi usarli per recitare.»
È seria. Crede davvero possa recitare: gliel’ho confidato una volta, in una delle mie pillole.
Voglio essere un'attrice, le ho detto. Non le ho detto che voglio essere chiunque, tranne me stessa.
Mi ha preso sul serio ed è per questo che mi ha lasciato tutti i suoi vestiti. Una mancia sostanziosa e poche parole. Vorrei ringraziarla ma non mi guarda. Ha spento la sigaretta e per la prima volta, ha chiuso la porta piano. Troppo piano, ha lasciato uno spiraglio e l’ho spiata: non sta rientrando a casa. Cammina dritto, senza seguire la strada, tagliando per i cortili e le recinzioni, in direzione del muro di mattoni che circonda Il Quartiere.
In sottofondo il rumore della pioggia che si prepara a scendere e il tintinnio lontano di campanelli.
Sono passati mesi dall’ultima volta che l’ho vista. Giò non è più tornata e anche io ho cercato di fare qualcosa di liberatorio. Ho smesso di prostituirmi e ho partecipato a qualche audizione, per il R.I.P. o Il Distillato del Quartiere.
Sono durata un mese. Ero a disagio: c’era troppo senso, troppo rispetto, troppo amore verso me stessa in quella vita. Lo so io e lo sapeva meglio di me Il Quartiere che mi aveva proposto il ruolo di purple: quando sei un nessuno tanto vale lasciare ad altri la responsabilità di un nome. E me lo avevano dato, era Petit Mal. Io ero il male minore. Ho compreso che devo eccellere nella mia arte: la prostituzione. E Giò sarà la mia ispirazione. Come ogni attrice miglioro il ruolo, lo rendo unico e inimitabile: per questo io non mi nascondo, Giò. Per questo io non fuggo via. Perché io sono una versione migliore di te.





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