top of page

Riciclo vita

Aggiornamento: 5 feb

Sostenibilità

Pagina 1 della brochure “Il Quartiere”, grafica anni Cinquanta.



Lola


È arrivata la lettera di convocazione.

Ho camminato battendo il bastone prima sul porticato in legno, poi lungo il vialetto in pietra sconnessa fino alla cassetta delle lettere rossa e lucida. Ho aperto la bocca di metallo e dentro c’era solo una busta, rosa, i caratteri rossi che riportavano la parola URGENTE.

Sul retro la firma del Quartiere: una fetta di torta che si allontana dalla sua forma matrice e tonda.

Ho aperto la busta, la lettera era bianca, i caratteri neri e sbavati e l’odore di sigaretta stantia impregnava l’ aria:


Cittadino n° 08051963

È giunta l’ora.

La Fattoria ti aspetta.

Il Quartiere provvederà al trasloco il 28 Maggio.

Firmato

Il Quartiere, una parte di te.


Ho stretto l’impugnatura del bastone, sulla cima, la testa d’anatra sporca di oro vibrava: come se la piccola creatura decapitata si agitasse in un no infinito.


Pier


È arrivata la lettera di convocazione. 

Ho camminato lungo il vialetto trascinando i piedi fino alla cassetta delle lettere rossa e lucida. Ho aperto la bocca di metallo e dentro c’era solo una busta, rosa, i caratteri rossi che riportavano la parola PRIORITARIA.

Sul retro la firma del Quartiere: un triangolo che ricorda il vecchio ferro da stiro di mia nonna, fugge via dal suo recinto tondo e spezzato.

Ho aperto la busta, la lettera era bianca, i caratteri neri e sbavati e l’odore di farmacia sporcava l’aria:


Cittadino n°04051990

La tua richiesta è stata accettata.

Il Servizio Riciclo Vita ti ringrazia.

La tua convocazione è prevista il 27 Maggio.

Firmato

Il Quartiere, una parte di te.


Lola


È il ventisette maggio. Ci ho pensato troppo. Fossi andata prima avrei trovato di meglio. Faccio una bella impressione almeno, sembra che ci abbia pensato: vedo le infermiere dietro al bancone a sparlare, con i loro culi sodi e le tette a punta.

Ce le avevo anche io, una sessantina d’anni fa e di certo non mi facevo desiderare così tanto: sapevo concedermi, almeno negli sguardi, in qualche innocente avances, le donnette di oggi si credono tutte regine e devono ringraziare il Quartiere se hanno un castello senza marito.

Ridacchiano. Pettegole, non cercano nemmeno di abbassare la voce, nascondere i volti o evitare gli sguardi. So che stanno parlando di me, della vecchia che osa ancora vivere, che ha il coraggio di rubare la giovinezza di povere ragazze tristi e innocenti.

«Qualcuna di voi è tra le candidate?» chiedo, la lingua che sputa saliva e veleno.

La bruna del trio si volta.

«No. Le candidate sono nella sala d’attesa alle sue spalle.»

«Meglio così,» ribatto, «siete orribili e tanto valeva tornare a casa subito che perdere tempo.»

Tutte e tre abbassano lo sguardo e come richiamate da un fischio fantasma, si dividono per i punti cardinali della clinica.

Finalmente il silenzio. Vorrei leggere una delle riviste gettate sul tavolino bianco, ma sono agitata e l’illuminazione di questo posto non aiuta. La clinica ha neon scadenti, muri troppo sottili e le sedie le ha inventate un bastardo con i glutei belli tondi e grassi perché io sento le mie ossa sfregare contro la plastica scivolosa: e fa male, oltre che un rumore fastidioso e grottesco.


Pier


La sala d’attesa è bianca e dolce, come se ogni elemento, piante comprese, fosse stato immerso in una mistura di latte e candeggina. Le luci sono soffuse, i vetri trasparenti lasciano entrare il buio del Quartiere e creano un'atmosfera intima, ideale per leggere. Tiro fuori il libro rosso con le scritte dorate che riportano il titolo Orgoglio e Pregiudizio di Miss Austen. Lancio un ultimo sguardo intorno: sette ragazze lungo la parete destra, sette ragazzi lungo quella sinistra. Giovani, soli. Hanno il cartellino al collo per i candidati al Riciclo Vita, colorati da un numero sbavato. Alcuni si guardano, altri si scambiano sorrisi complici, altri ancora fissano il vuoto o come me, cercano rifugio in un libro o una rivista.

In sottofondo preme il tema musicale del Quartiere fatto di finti grilli, ronzii e suoni simili a fotocopiatrici, il tutto scandito dai tacchi bianchi delle infermiere e dai mormorii di questi semisconosciuti.

«È carino, vero?» la ragazza rossa seduta accanto a me mi poggia una mano sulla spalla e un dito timido indica la fila di candidati maschi seduti di fronte.

Strizzo gli occhi, confusa.

«Quello lì, con la camicia rosa, è carino vero?»

Seguo il dito timido: per me, sono tutti uguali, semplicemente maschi, uomini, ragazzi. Ma per loro non è così. Per loro l’uomo è qualcosa di più, l’unico in grado di violare la loro solitudine. Non le capisco. Io amo la mia solitudine, preferisco il mio silenzio a quello interdetto degli altri. 

«Credo sia deciso per il riciclo» interviene un'altra ragazza, dalla penultima poltrona della fila, il foulard Hermés a cavalli.

«Peccato!» risponde la rossa.«Sai di qualcuno insicuro?» insiste.

«Il ragazzo seduto di fronte alla bionda, la camicia rossa a righe. Ma è bruttino» commenta il foulard, il labbro inferiore pesante. «Per questo è qui, o una donna o la morte!» e la rossa ride e ridono anche le altre. Tranne me, e Muriel. Lei non ride mai.

Si imbelletta, si siede e non fiata. Tiene il collo tirato, per stendere le rughe, nascondere le ombre e illuminare il più possibile l’incarnato. Le infermiere dicono che è un'istituzione. Le ho sentite parlare in bagno, come al liceo: Muriel ha fatto richiesta ogni mese ma è ormai vecchia per gli standard del riciclo e non piace.

Oggi è la sua ultima possibilità, poi non rimane che la cabina suicidio.

«Muriel, piacere.»

La voce stona con quel fisico possente, ha la voce di un uccellino e fuoriesce da un corpo di elefante.

Mi volto verso quel viso quadrato e mi presento «Pier, piacere di conoscerti.»

«È la tua prima volta, Pier?»

«Sì» mento, ma non troppo, come le brave signorine: è la mia prima volta al riciclo vita, ma non la prima volta che cerco di liberarmi della mia vita.

«Tu?»

Sto facendo conversazione. Una cosa che odio, sentire gli altri e ancora di più sentire me, ma oggi non ho niente da perdere: posso sbagliare, sorridere male, avere la voce troppo bassa o non sembrare troppo interessata, oggi non importa.

«No, mi sono presentata diverse volte. All’inizio cercavo qualcuno con cui parlare, qualcuno che si sentisse come me. Non per forza un uomo, anche solo un'amica, ma le amicizie sono difficili» ridacchia.

Mi ricorda me quand’ero più giovane, anche io ho desiderato qualcosa di simile.

«Difficili?» sono curiosa di capire cosa per lei è difficile.

«Sì, difficili perché le persone amano uscire, divertirsi, intrattenersi, ed è difficile stare al passo quando non hai Token» fa una pausa, « Quando non riesci a essere felice.»

Ci assomigliamo. Un bruciore agli occhi mi fa desiderare di averla incontrata prima ma subito si spegne: a un certo punto ci saremmo ritrovate insieme dentro una cabina suicidio tenendoci per mano.

«Io non sono molto brava con le persone» faccio la brava ragazza. Sono gentile e premurosa, come una brava seguace di Agata, anche se non ho mai avuto fede.

«Si vede.»

La risposta di Muriel è fredda. Un freddo particolare, come quello delle lapidi in estate. La lascio stare, rivolgo la mia attenzione alle parole di Jane Austen e capisco che siamo tutti qua per lo stesso motivo: smettere di essere un peso. Un peso per noi stessi, per la famiglia, per Il Quartiere.

Le risate in sottofondo tacciono come rimproverate da una voce maestra ma c’è ancora qualche ridolino quando uno dei ragazzi si avvicina. Scambia due battute con la rossa, si stacca il cartellino dal petto e insieme se ne vanno a braccetto. La gonna della rossa sbuffa dietro l’angolo e sparisce. È stato dolorosamente veloce.


Lola


Mi passa davanti una coppia, un’oca rossa e un fringuello di ragazzo. Lei mi sorride, e io ricambio: tanto non ti avrei scelta. Li guardo uscire dalla porta girevole della Clinica. Ridono e le risate si mischiano al suono di piccole campanelle.

«Lola?» una mano mi accarezza la spalla coperta dalla giacca.

Mi volto.

«Dottoressa Giò. È ora? Mi alzo?»

«Con calma, Lola. Mancano ancora una decina di minuti ma intanto volevo accompagnarla nel mio ufficio.»

Giò sorride alzando le sopracciglia curate, gli occhi si aprono, le labbra appena scosse dal movimento. Mi porge un braccio, mi aggrappo alla manica bianca e mi tiro su. Sistemo la gonna: abito Sears 1959, blu notte con giacca abbinata perché “Sears mette l’accento sullo stile”. Forse ho esagerato, ma sento che è un occasione speciale.

"Sempre decisa, preferisce un corpo femminile giusto?» chiede Giò, senza guardarmi.

«Certo! Adoro i miei vecchi vestiti, non vedo l’ora di indossarli di nuovo!»

Batto il bastone e rido, l’anatra trema. Giò non partecipa, ha lo sguardo fisso: oggi nessuno è complice.


Pier


Un’ombra scurisce le pagine del mio libro.

«Mi scusi, è ora, deve seguire le altre candidate.»

L’infermiera fa un gesto con la mano aperta verso le uniche due ragazze rimaste: Foulard e Muriel. Davanti a me c’è solo un ragazzo.

Gli altri o sono fuggiti o hanno trovato compagnia: credevo fosse una diceria che la sala d’attesa del Riciclo Vita fosse una sorta di paraninfo.

«Mi scusi, quando leggo perdo la cognizione…» la frase rimane sospesa a metà: lo sguardo dell’infermiera è annoiato. Mi alzo, stringo il libro all’ombelico e seguo la fila. La testa bassa, in lontananza il suono di uno scampanellio. Mi volto: il ragazzo solitario sta andando via. 

Codardo.


Lola


L’ufficio di Giò rispecchia il suo aspetto ma non la sua personalità. Lei è bionda, alta, vichinga e l’arredamento è minimale, i mobili lontani tra di loro che si inseguono, i colori chiari e il neon indagatore, come la lampada di una prigione.

Sulle vene della scrivania ci sono tre dossier, tre foto, tre nomi.

Mi irrigidisco.

«Non voglio leggere niente Giò, voglio vederle e scegliere. Punto e fine.»

La dottoressa si sistema dietro la scrivania, allunga le braccia, raccoglie i plichi di fogli e li sbatte dentro un cassetto.

«Come vuoi» con l’unghia blu spinge il bottone rosso del centralino, «fate entrare le candidate» la macchina gracchia e si spegne, Giò sorride e conclude «sei fortunata, ne sono rimaste ben tre oggi.»


Pier


L’ufficio in cui ci ha guidate l’infermiera è elegante ma inquieto. Come se quel luogo dovesse appartenere a qualcun altro.

«Sistematevi qui in fila» ordina l’infermiera, disponendoci una accanto all’altra come candeline storte, «a supervisionare il processo la Dottoressa…»

«Chiamatemi Giò» interviene la donna bionda dietro la scrivania, il camice bianco identificativo e gli occhi grigi e piccoli. L’infermiera tace e si mette a sedere su una sedia accanto alla dottoressa, la cartella di plastica in bilico sulle ginocchia.

Giò invita “Lola” a voltarsi. Io sono al centro, le spalle di Lola sono strette e storte, come se la giacca pesasse troppo per quella piccola donna. Quando si volta, vengo colpita da due fori di proiettile, profondi e tondi, le rughe che increspano la pelle sottile e la bocca che sembra spellarsi come un bastoncino di vaniglia. Anche l’odore è quello: vaniglia e finto bon-ton.


Lola


«Voltati Lola e scegli.»

L’invito di Giò è incerto, mi volto piano, strozzo l’anatra sul bastone e piego il capo. La prima che mi trovo di fronte è una ragazza bruna, gli occhi verdi e un neo che pare una lacrima nera: un Pierrot di carne e sangue.

Lo è anche nei colori, nell’abito bianco stinto Betty Barclay, la pelle carta da parati panna e le mani screpolate strette intorno a una copia di Orgoglio e Pregiudizio: l’apoteosi del cliché della donna triste e sola. La bocca è una riga e immagino il rossetto sbavato per la mancanza di muscolo e mucosa. È stretta tra due donne, una zitella dagli occhi blu e una bionda avvolta da un foulard Hermès. Con gli occhi scivolo dal foulard fino alle caviglie e la spoglio: voglio lei. E appena formulo questo pensiero, la ragazza scoppia in lacrime e inizia a gorgogliare parole di scuse sconnesse, frasi come “mi dispiace”, “sono desolata”, “io non posso”, “ho aspettato”, “io devo andare” e fugge via. La stronza col tarocco di Hermès e con la mia nuova vita è corsa via. È scivolata sulle punte codarde delle scarpe, con le mani sui fianchi, come alette di pollo.


Pier


Siamo rimaste io e Muriel. La dottoressa fruga nelle tasche del camice, tira fuori una sigaretta e l’accende: aspira veloce, come se fosse il fumo a nutrire le sinapsi e a suggerirle le parole.

«Mi spiace per l'inconveniente, Lola. In genere non c’è molta scelta tra le candidate.»

«Ho pagato per il servizio e per la scelta» sibila la vecchia.

«E il Quartiere ti permette di scegliere, tra la signorina Pier e la signorina Muriel.»

Il fumo della sigaretta segna la pausa tra i due nomi. La mandibola di Lola scricchiola e spezza con forza l’ironia e la leggerezza della dottoressa.

«Prendo quella vestita di bianco.»

Mi ha scelto. È stato dolorosamente veloce.


Lola


Voglio piangere e succhio le lacrime in bocca, le mescolo tra i denti, le mastico forte e poi ingoio tutto in una smorfia corrucciata.

Non ho avuto scelta. Ho pagato e non ho avuto scelta.

L’infermiera pettegola accompagna la zitella fuori dalla stanza, l’armadio con gli occhi blu ha la mia stessa espressione, come se avesse ingoiato tutto il vaso di Pandora, speranza compresa.


Pier


Mi siedo accanto a Lola.

La Dottoressa Giò porge a entrambe il documento, le mani avvolte in una leggera nuvola bianca di fumo: è il momento della firma.

«Leggete attentamente il contratto e firmatelo. Poi potremo accomodarci nello studio accanto e daremo il via al riciclo. Il momento delle domande è ora. Potete parlare tra voi se ci sono delle curiosità o chiedere a me per eventuali dubbi.»

Il foglio del contratto è fine, pinzato su una tavola di legno lucida, scorro veloce la burocrazia e mi concentro sui caratteri che riportano il mio numero cittadino e il mio futuro:

Cittadino n°04051990, cedi il tuo corpo al Cittadino n° 08051963.

Vivrai il resto della tua vita nel corpo di Lola, Cittadino n° 08051963 in ritiro presso La Fattoria, fino al sopraggiungere di morte naturale.

Il Cittadino n° 04051990 si impegna a vivere al servizio del Quartiere e dei suoi cittadini, senza possibilità di suicidio.

In basso, nell'angolo, appena visibile, c’è lo scarabocchio di un cappello da giullare. Ne ho visti alcuni anche alla Biblioteca del Quartiere.


Lola


Non sento la dottoressa, e non voglio sentirla, vedo solo le labbra agitarsi mute e arricciarsi per il fumo.

Le strappo il contratto dalla mano e punto la penna sul foglio:

Cittadino n° 08051963, cedi il tuo corpo al Cittadino n°04051990.

Vivrai il resto della tua vita nel corpo di Pier, Cittadino n°04051990, fino al sopraggiungere di morte naturale.

Il Cittadino n° 08051963 si impegna a vivere una vita piena nel Quartiere, senza possibilità di suicidio.

La mia penna è sospesa, ma sento una sfera agitarsi sulla cellulosa: Pierrot ha firmato.


Pier


È stato indolore, come se la penna si muovesse da sola: un’energia che non percepivo da anni ha dato la scossa ai muscoli e mosso ogni nervo e macchiato il foglio con il nome che il Quartiere mi ha dato.

Poi ho sorriso, prima a Lola e poi alla dottoressa. Non sorridevo da anni e qualcosa ha scricchiolato, dentro e fuori. Un trillo fa vibrare il mio cercapersone, mi scappa un urlo, di quelli filmici, che le attrici lasciano sfuggire prima di svenire: ho ricevuto un Token. Non ricordo l’ultima volta che ne ho guadagnato uno. Stacco il cercapersone dalla cintura del vestito e lo poso sul tavolo facendolo scivolare verso Lola. Prendi, dico tra me e me, ormai non sono più un parassita.


Lola


Io e Pierrot camminiamo vicine. I miei boccoli grigi le sfiorano la spalla: è alta. E lo sarebbe di più se tenesse quella schiena dritta.

Giò ci guida nella stanza accanto e ubbidienti ci sediamo sulle poltrone al centro. Schiena contro schiena. Nessun contatto durante il processo.

Mi scappa la pipì: maledetta emozione.


Pier


La poltrona è sudaticcia. Il vestito finto cotone si appiccica alla schiena e alle cosce. Siamo sedute schiena contro schiena. Nessun contatto durante il processo.

Il ronzio del neon è quasi musicale. Sento i pensieri depositarsi come fondi di bottiglia all’interno della mia testa.


Lola


Non mi sono più vista.

Pier è stata portata via subito e non l’ho più vista. Io, non mi sono più vista.

Ho sentito il bastone battere e i passi allontanarsi dalla stanza, fuori da una porta alle mie spalle. Non potevo voltarmi, fronte, mani e piedi erano chiusi in fascette di metallo, per la mia o la loro sicurezza. Non ricordo quasi nulla del trattamento, solo che è stato dolorosamente veloce.

Giò mi ha appoggiato uno specchio sulle ginocchia coperte di bianco. I muscoli della mano erano forti, la pelle screpolata. Ho alzato lo sguardo verso la superficie incastonata nella plastica dozzinale: due occhi verdi mi fissavano mentre una lacrima nera era accarezzata da un filo di capelli scuri.


Pier


Ho la copia di Orgoglio e Pregiudizio ancora con me. Vorrei leggere, ma ho mal di testa e la luce è davvero pessima sul bus.

Il viaggio verso La Fattoria dura quarantacinque minuti. Sono stanca, camminare, alzarsi e muoversi è stato faticoso e il bastone ha aiutato ma non abbastanza, anzi, quella testa d’anatra mi inquieta. Avrei dovuto chiedere qualche indicazione a Lola: forse non si invecchia e basta, si impara a invecchiare.

Il bus attraversa il cancello principale del Quartiere e da un piccolo altoparlante situata sopra la testa del guidatore fuoriesce la canzone di King Cole “Looking Back”. Potrei guardare indietro anche io ma non ho niente da salutare.

Looking ba-a-ack over the slate

I can see love turned to hate

But I know, oh yes I know

I’d never make that same mistake


Post recenti

Mostra tutti

Commenti


bottom of page