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La Cabina Suicidio

Aggiornamento: 5 mar

Benessere

Pagina 1 della brochure “Il Quartiere”, grafica anni Cinquanta.


Il Quartiere luccica.


La pioggia è uno smalto trasparente, l’acqua picchia sui neon e brucia come l’incenso e il suono che accompagna quelle gocce di fumo è frizzante: colpa delle lucciole. Nel Quartiere volano solo con la pioggia e riempiono le strade come piccoli occhi gialli.


Il giubbotto di pelle pesa, nero di acqua e caldo di sudore. Il colletto è tirato su, altezza sigaretta come comanda James Dean e le mani affondano nelle tasche logore: la fede giocherella con gli ultimi due Token in mio possesso.


File di ombrelli e cappotti mi passano accanto, colorati, floreali, pastello e accendono i marciapiedi come le insegne al neon sopra le nostre teste: bar, locali, piccole botteghe d’oppio, e ancora frecce brillanti che indicano distributori di alcolici e sigarette. Rallento e mi avvicino. Scaldo la mano contro la plastica calda del distributore e sul palmo posso percepire il cuore di mercurio del neon battere. Tiro fuori il Token, lo inserisco nella fessura riflettente e premo il tasto con la scritta Ancient Age, il bourbon del Kentucky, lo scelgo perché la pubblicità mi sfida: “Se conosci un bourbon migliore, compralo!” e l’uomo dei cartelloni ha gli occhi vuoti, come se qualcuno gli avesse versato inchiostro nelle pupille. Dalla tasca interna della giacca sfilo la fiaschetta argento e sistemo il collo decorato da un filo dorato sotto l’erogatore: l’alcool precipita mimetizzandosi nel buio.


La agito e butto giù un sorso, mastico il liquore finché il gusto del caramello non viene sostituito dalle ultime note meno dolci.


Osservo uno sconosciuto al distributore accanto, quello di sigarette: un piccolo tesoro, ogni sigaretta vale tre Token. Opta per le Camel, buona scelta, in fondo, come recita lo slogan “Più medici fumano le Camel”. La sigaretta cade nella bocca di metallo, l’uomo la raccoglie e l’accende subito, appoggiando la schiena al distributore. Fisso il tabacco bruciare, rosso e eccitato.


«Vuoi?» mi chiede lo sconosciuto, porgendomi il piccolo tesoro.


«Non ho mai fumato» rispondo.


«C’è una prima volta per tutto, no?»


L’uomo si avvicina.


«Nottataccia eh?» mormora e mi passa il mozzicone di sigaretta ancora caldo.


Lo ringrazio.


«Ti va di bere?» chiede lo sconosciuto senza guardarmi.


«Sto andando a una cabina» e con due dita porto il filtro alle labbra e aspiro. Le spezie del tabacco si mischiano agli aromi del bourbon, lasciando in bocca un sapore umano e vivo.


«Fai bene» commenta l’uomo, «Io continuo a usare i Token per le sigarette, l’oppio, a volte qualche film.»


Agito la testa in sì muti e educati ma la realtà è che non lo sto ascoltando, e la verità è che non voglio ascoltarlo e così gli restituisco la sigaretta.


«Sei convinto?» mi chiede.


«È la cosa giusta. Non sono fatto per la vita.»


«O per il Quartiere» incalza.


Con la punta della scarpa scandisco qualche secondo contro la plastica del distributore.


«Secondo te sto sbagliando?» e mordo la lingua.


Lo sconosciuto finisce la sigaretta e getta il filtro ancora fumante a terra.


«Non riesci più a guadagnare Token, vero?» lo dice senza guardarmi.


La risposta lo dà il mio silenzio. Sistemo il colletto e me ne vado, di nuovo sotto la pioggia: la mia destinazione è dietro l’angolo, rossa e appiccicosa.


Cabina Suicidio 100 MT →


La vedo, al fondo della strada, battuta dalla pioggia, accarezzata dalla stoffa degli ombrelli e ignorata dagli sguardi.


Rallento: voglio entrare, ma non voglio essere visto, e così cammino piano, il tallone che preme con forza sul fiume di marciapiede. Un passo alla volta, mi avvicino, lento, prendo tempo, mi guardo intorno ansioso che la gente si dilegui, si allontani, cambi strada, volti l’angolo alle mie spalle e sparisca.


Sono a un passo da lei. Una donna ci guarda: ha gli occhi verdi, le sopracciglia folte e scure e un neo sotto l’occhio destro che ricorda una lacrima. Sospira e ci supera. Ora la strada è vuota, a vigilare c’è solo una Ford Thunderbird rosa parcheggiata male.


Mi avvicino alla porta della cabina suicidio, tiro la maniglia di metallo ed entro.


L’odore del ferro soffia sulla pelle mentre le scarpe sono lambite dal sangue.


Con la suola spingo quella cera ancora calda e rossa fuori dalla cabina, una quantità sufficiente per permettere alla porta di chiudersi alle mie spalle. Appena lo scrocco si blocca, il telefono a disco davanti a me squilla, il corpo di metallo nero vibra, scuote l’aggancio della cornetta e mi sprona a rispondere: una voce femminile mi accoglie.


Benvenuto alla cabina suicidio 1-9-9.

La prego di comporre il suo numero cittadino per confermare la sua identità.


Il cerchio di plastica è una lentiggine di sangue e nasconde le linee curve dei numeri. Inserisco il dito nel piccolo buco rotondo dove ancora si legge lo zero e disegno semicerchi di lunghezze diverse: io sono il cittadino numero 18082012.


Buonasera Zero, io sono Leda, la sua assistente al suicidio.

Il processo che seguirà si articola in tre fasi.


Fase uno - Colloquio.

Fase due - Riflessione.

Fase tre - Metodo.

Avvio della procedura numero 4-5-0.

Rispondere sì per confermare l’avvio della procedura.


Pronuncio un sì masticato e condito dalla tosse.


Grazie. Fase uno: Colloquio. Si prega di rispondere alle seguenti domande con un sì o un no.


Le pareti quasi mi sfiorano la pelle e mi sento come soffocato in una teca.

La pioggia appanna i vetri e smussa la vista, una mano stringe la cornetta ancora bollente di qualche orecchio sconosciuto, mentre con l’altra cancello la condensa per spiare e farmi spiare dal buio. Sento qualcosa, celato sotto la voce cordiale e il gracchiare della linea: un campanellino, forse.


Zero, la felicità esiste?


No: se un sentimento tanto buono esistesse, dovrebbe esistere anche una controparte dalla natura opposta e contraria e sarebbe terrificante.


«No.»


Tossisco come a cercare di deglutire quella verità.


Zero, sei mai stato felice?


È un riflesso. Tocco la fede. È fredda, stretta intorno all’anulare gonfio. Provo a spiare la mia immagine riflessa sull’oro ma nulla: una patina umida si è appiccicata all’anello.


«Forse?»


Impossibile registrare la risposta. Desidera interrompere la procedura?

Si prega di rispondere con un sì o un no.


Io non sento nulla, e non sentivo nulla. Allora perché pronunciare quel forse? Magari perché qualche volta sento il caldo, più spesso il freddo, o altre ancora perché quando non fisso la mia vita come un estraneo alla finestra, sento la vergogna: un distillato puro.


«No, Leda.»


Procedura in corso.


Zero, sei mai stato felice?


Ancora un no. Il suono di quella negazione mi piace. La lingua batte sul palato e si arriccia, un evoluzione muscolare complessa ma soddisfacente, in bocca e in testa.


Risposta registrata. Prossima domanda.


Zero, vuoi conoscere la felicità?


Non sapevo che la felicità si conoscesse. Credevo capitasse, come gli incidenti. Ma ho sentito vecchie storie: storie in cui la felicità si può scoprire, costruire, addirittura creare. Sono fiabe.


«No.»


Sei sicuro? È possibile acquisire punti felicità trasformabili in Token grazie al nuovo Sistema Lazzaro oppure sottoporsi al Riciclo Vita. Per maggiori informazioni ...


Rispondo con un no secco e decido che è ora di sfilare la fede: stringe un cerchio di pelle grassa e sudaticcia e ogni spinta fa male. Uno strattone più deciso e il dito è libero, la fede vola via, sbatte contro la parete e precipita. La sento cadere e tintinnare sulle croste di metallo. Leda sta elaborando le risposte e seguono attimi di silenzio, sufficienti per udire la pioggia bussare e il taffetà degli ombrelli strusciare contro la cabina.


Elaborazione completata. Fase due: Riflessione. Si prega di rispondere alle seguenti domande con un numero massimo di tre parole.


Per confermare rispondere sì.


Confermo. Questa volta un sì salato di sudore.


Zero, perché vuoi morire?


Sono mesi che una donna non pronuncia il mio nome e Leda lo pronuncia con un tono strategicamente materno. Abbasso la testa, mi massaggio le tempie e rifletto su una risposta. Ho gli occhi socchiusi, ma vedo brillare la fede sul pavimento metallico e penso, perché non invertiamo i ruoli e la domanda?


Dimmi Leda,


«Tu perché vuoi vivere? E ti prego di rispondere con un massimo di tre parole!»


Risposta non registrata. Si desidera annullare la procedura?


«No, non voglio annullare un cazzo, stupida macchina!»


Risposta non registrata. Annullare la procedura?

Si prega di rispondere con un sì o un no.


«No, non annullare la procedura!»


Cantileno la risposta, come un adolescente troppo irritato, e un po’ me ne vergogno. Ho trentacinque anni, il mio corpo ne dimostra cinquanta, la mia mente sei, le mie reazioni sono quelle di un quattordicenne e vorrei avere un brufolo, qui sul mento, per masturbare via la mia angoscia.


Procedura in corso. Si prega di rispondere alle seguenti domande…


«Dammi un attimo. Non si chiama riflessione questa fase? Dammi un momento per raccogliere le idee, cazzo!»


Dammi un secondo, il tempo di un respiro, Leda. Non ingoio aria da giorni, ossigeno sì, ma l'aria è ormai un lusso da cinque Token. Non mi occorre troppo tempo, la mia esistenza è uno zero come il mio nome e per qualche assurda ragione mi sento tradito, anche se la vita non mi ha mai promesso nulla.


…con un numero massimo di tre parole.


Zero, perché vuoi morire?


«Mi sento tradito.»


Stringo la cornetta.


Risposta registrata. Prossima domanda.


Zero, la morte è l’unica soluzione?


«La morte è una scelta, non una soluzione, Leda» bisbiglio, lontano dal microfono.


Sfilo la fiaschetta dalla tasca interna. Bevo e l’alcool scivola a fatica in gola come una corda bagnata di benzina.


«Secondo te Leda?»


Risposta registrata. Grazie, Zero.


Tre precise parole. Non occorre che abbiano significato, basta che siano tre: ma nella realtà non bastano, non bastano mai.


Prima di proseguire il protocollo mi obbliga a ricordarti che ci sono soluzioni alternative al suicidio.


Scopro che il Quartiere ha un cuore, oltre che un’enorme coda di paglia.


«Ad esempio?»


Sto al gioco. Morire due minuti prima o due minuti dopo non mi importa. L’importante è portare a termine una cosa, almeno oggi.


Elaborazione in corso. Attendere.


La linea stona ma sento più chiaro il suono cristallino del campanello.


Sono presenti 988 alternative al suicidio. Desideri consultare l'elenco?


«Perché no?»


Posso scandirlo. Scegli un numero.


Zero è un numero.


«Zero.»


Errore. Scegliere un numero valido.


Rido. La bocca spalancata in una risata perversa, stonata nei toni più acuti e minacciosa in quelli più bassi. E continuo a ridere, finché il riso non riacquista la sua forma naturale e le sue originali melodie: il cercapersone vibra.


Zero, hai appena ricevuto un Token, puoi ritirarlo presso questa Cabina Suicidio, se lo desideri.


Mormoro un sì e un grazie impacciato mentre la scatola nera e spellata sputa fuori un Token, che si blocca lì, sdraiato sul piccolo scivolo metallico. Lo prendo e parte il jingle, dentro la mia testa, fuori dalla cornetta e sulle lettere verdi ed elettroniche del cercapersone.


Un Token per i tuoi pensieri felici.


Di nuovo silenzio. Non sento la pioggia, non sento camminare e non mi sento solo.


Desideri consultare ancora l’elenco?


«No.»


Andiamo avanti. Devo portare a termine qualcosa.


Zero, la morte è l’unica soluzione?


Non voglio dare alla vita un’altra possibilità: è come gli avanzi. Il primo giorno che li riscaldi sono buoni, il secondo anche ma a partire dal terzo diventano solo duri e asciutti.


«Sì, l’unica.»


Risposta registrata. Prossima domanda.


Zero, cosa ti farebbe cambiare idea?


Tutto. Niente. Ogni cosa. Nessuna.


La verità, Leda, è che non mi importa.


«La sua voce.»


La risposta è un altro riflesso. A provocarlo, lo so, è il senso di colpa. Non è stato un giorno a digiuno e decido di dargli ancora soddisfazione e così, butto giù un altro sorso: la fiaschetta è fredda nella mano e nessun riflesso l’ha riposta nella tasca interna, sospetto sia il destino, e bevo ancora. Mi attacco al collo della bottiglia come a un ciuccio e sento la vescica gonfiarsi quando un suono inaspettato devia il flusso d’aria ai polmoni. Batto un pugno contro il torace, e tiro un respiro primordiale, come se prendessi fiato per la prima volta e sento la Sua voce.


Zero?


È Lei.


«Giò, sei tu?»


Si, tesoro. Sei stanco? Hai la voce spenta.


«È vero, sono un po’ sbattuto in questi giorni. Non riesco a lavorare e tu mi manchi.»


Mi manchi anche tu.


Potrei venire a chiederle scusa ogni sera con questa lingua gonfia di alcool: e sarebbe una vita con un senso.


«Mi dispiace Giò, sono stanco.»


Lo sento, Zero.


«Perdonami, Giò.»


Ti perdono.


Lei non perdona. Lei può seppellire, nascondere e fingere, e poi, solo sparire, senza lasciare nulla: un biglietto, uno schiaffo, un po' di disordine.


Torna a casa, Zero.


«Te ne sei andata, Giò. Non c’è nessuno a casa.»


La linea trema e la voce si spegne, come se a Giò si fossero scaricate le pile, e torna Leda, precisa, a calmare l’imbarazzo.


Elaborazione completata. La tua domanda di suicidio assistito è stata accettata.


Desideri procedere? Si prega di rispondere con un sì o un no.


Aspetto che il mio cervello sputi fuori qualcosa. Una parola, un ricordo, una citazione di valore, una sciocchezza qualsiasi che mi spinga o mi faccia desistere dal pronunciare il sì, ma nella testa c’è un piccolo caos, un groviglio di voci che va a caccia di ogni mio pensiero e lo rende suo: di sì e sarai libero.


«Sì.»


Cabina suicidio ti ringrazia, rendi il Quartiere un posto più felice.


Seleziona il metodo di suicidio sulla base delle tue preferenze.


Digita 1 per suicidio indolore.

Digita 2 per suicidio con arma da fuoco.

Digita 3 per suicidio per affogamento.

Digita 4 per suicidio per overdose.

Digita 5 per sucidio con arma bianca.

Digita 6 per sucidio per caduta libera.


Roteo appena il polpastrello e compongo l’uno.


Metodo di suicidio selezionato: indolore.

Inserire cinque Token per avviare la procedura.

Per annullare, digita 9.


Rido, o meglio, ridacchio. Una smorfia mi storce la barba.


Premo nove e ascolto di nuovo la lista, scandita dall’accento monocorde di Leda e quando il silenzio si impossessa della cabina, mi rendo conto che si è alzato il vento, ha asciugato l’acqua sul vetro e mi ha lasciato di nuovo scoperto, alla mercé del buio e degli sguardi.


Chiedo i prezzi: più di altri riconosco il valore della morte.


Suicidio indolore, 5 Token.

Suicidio con arma da fuoco, 3 Token.

Suicidio per affogamento, 1 Token.

Suicidio per overdose, 4 Token.

Suicidio con arma bianca, 2 Token.

Suicidio per caduta libera, 1 Token.


Butto un occhio all’orologio: mezzanotte e qualche minuto, la lancetta lunga incastrata nel bianco.


L’istinto accarezza di nuovo la fiaschetta, so che è vuota ma dentro questa cabina non ci sono sostegni.


Seleziona il metodo di suicidio sulla base delle tue preferenze.


Volare o affogare?


La scelta è scontata: a meno che l’affogamento non preveda il soffocamento in litri di etanolo, tanto vale provare l’ebrezza del volo.


Metodo di suicidio selezionato: caduta libera.

Inserire un Token per avviare la procedura.

Per annullare, digita 9.


Ho il Token nella tasca alta del giubbotto, lo sfilo con l’indice e il medio, come se tirassi fuori una carta da gioco e miro la fessura. Non riesco a centrare l'obiettivo. Il Token trema, oscilla come il martelletto difettoso di una macchina da scrivere. Dopo qualche secondo, decido di afferrare con l’altra mano il polso pieno di brividi e ora il Token è più calmo e scivola dentro Leda con un tintinnio.


Token non valido.


La macchina lo sputa fuori. Controllo la moneta: ha i lati smussati, come se qualcuno avesse sfregato con forza il metallo.


Fanculo il destino: tiro fuori l’altro Token e ripeto l’operazione, di nuovo, con più calma.


Grazie.


Il pavimento si spezza a metà, il metallo scatta verso il buio e io cado. Precipito, il vuoto alle mie spalle, la luce della cabina che si fa più piccola, minuscola, ora microscopica e davanti a me l’anello: una lucciola nel nero.


Il cuore scivola nello stomaco e la testa è in sovraccarico.


Aspetto il momento clou: il frammento di ricordo che cambierà la mia intera esistenza. Sfreccerà davanti agli occhi come un treno in corsa e io potrò rivivere ogni sensazione e ogni momento come se immergessi la pellicola dei miei ricordi in un barattolo di miele.


Aspetto mentre l’aria prepotente deglutisce i vestiti e il fischio del vuoto riempie i timpani.


Aspetto quel click che mi riporterà alla vita.


Aspetto, ma non arriva nulla. Zero.


Poi, all’improvviso, il mio corpo impatta e mi chiedo come sia possibile che la morte sia così calda.


Non è il fondo: qualcosa ha interrotto la caduta.


Mani e braccia, coperte da una giungla di fili e scintille, mi afferrano. Frenano il mio corpo e mi trattengono sospeso sul baratro, le dita meccaniche singhiozzano e stringono polsi e caviglie mentre un palmo scheletrico e metallico mi sostiene il collo. Sulle pareti limate di ruggine e sangue c'è un disegno, i colori slavati: un cappello da giullare.


La voce di Leda rimbomba.


Salve Zero. La sua procedura di Suicidio è ancora in corso.

Desidera continuare?

Si prega di rispondere con un sì o un no.


Chiudo la porta alle mie spalle. Il cielo è pulito, nero e i miei vestiti asciutti, solo la fronte e i palmi della mani trattengono l’umidità. Perquisisco le tasche. Ho l’anello sul palmo della mano. Chiudo il pugno e lo getto alle mie spalle ma non lo sento cadere: due occhi verdi e una lacrima nera hanno intercettato l’oggetto. Si accostano alla cabina e scrutano prima lei e poi me.


«Sei ancora vivo» dice lei.


«Già» rispondo io.


«Pensavo volessi morire.»


«L’idea era quella.»


«È perché sei grasso?»


«Come?»


«Volevi morire perché sei grasso?»


Gli occhi cadono sulla pancia e poi si voltano verso la cabina: la sentivo stretta, e io che credevo fosse l’angoscia.


«No. Sarebbe un motivo un po' stupido, non credi?»


«Non ci sono motivi stupidi per morire.»


Zittito da quegli occhi verdi.


«Era altro, comunque, niente a che vedere con la mia linea.»


«Altro?»


«Si, altro.»


Lei sorride, si aggrappa alla maniglia della porta e la spalanca.

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