Il gelsomino nero
- Yasmine Safi
- 31 ott 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 19 feb
(Ispirato al caso Ed Gein)

Non devo guardarla. Non voglio. Meglio dire che non voglio guardarla. No, meglio ancora: io non desidero guardarla.
Ho le mani in tasca, il cappotto lungo e vampiro. Con le dita sinistre stritolo la durezza in mezzo alle gambe, con la destra mi lavo della pioggia sul coppino. Sono uscito perché mi mancava. Non stavo cercando nessuno, ma quando l’odore del gelsomino si infiltra nelle narici, i miei occhi la seguono.
Le spalle sono calamita, si muovono lente, nascoste dalla pelle, e i muscoli del braccio si tendono, duri, decisi a strappargliela, curiosi di accarezzare le ossa, il collagene ancora irrorato dalla vita che pulsa, e cresce.
Ha riso. C’è qualcuno con lei, ma io vedo solo ombre: fotografie sfocate di persone senza volto, affogate nel colore e nell’acqua. Lei, invece, è nitida. Così chiara da poter graffiare i singoli pori, biondi e purpurei, sani e infetti. I capelli sono un velo che cade pesante al centro delle scapole. Sono bagnati, appiccicati alla pelle umida.
Cammino e mi accorgo di essere a una punta di lingua dal suo collo. Si volta. Mi ha visto: ogni parte del viso sorride, tranne le labbra. Le sue pupille corrono lungo il mio corpo e il mio sguardo è fisso sul suo collo: si gratta una vena con l’indice colorato di blu. Io respiro. Lei trattiene il fiato. Lo vedo: il petto fermo, le spalle basse.
Gli occhi hanno cambiato espressione, le sopracciglia si vestono di confusione e preoccupazione: la peluria bagnata ha creato uno scivolo perfetto dalla coda delle sopracciglia fino alla punta, come due alette corrose del flipper. Si ferma, le gambe incrociate: ha raggiunto la sua destinazione.
Io la supero. Mi allontano.
E ora la vedo nella mia testa, ancora bagnata, spoglia fino alle ossa, immersa nel sangue, la pelle appesa che piange sudore. La bocca gentile, libera dal volto, cucita sul cuscino di gelsomini, proprio come mamma.




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