La Corculina
- Yasmine Safi
- 25 feb
- Tempo di lettura: 3 min
Ispirata dal libro Il Codice delle Creature Estinte di E.B. Hudspeth, ho immaginato una mia creatura e scritto un'ipotetica pagina di diario del dottore.

Ho trovato la creatura in una exposition privée. Il contatto me l’ha passato una persona premurosa. La sua identità deve rimanere nascosta, non solo perché me lo ha chiesto, ma perché l’ho percepito.
Durante i miei studi e viaggi, tra freak show e collezioni, più spaventosi delle creature e delle reliquie erano i loro protettori. Custodi che sembravano aver conosciuto solo fondi di terrore.
Tornando a noi: sono giunto al mattino presto. L’alba lambiva le foglie quando ho messo piede nel cortile. Una stradina sassosa, poco elegante e certamente poco curata, conduceva a una porta di legno massiccio e stranamente umida. Il padrone di casa mi tese una lanterna e mi invitò a entrare.
«Non più di una persona alla volta.»
«Non mi pare sicuro.»
«Lo dicono spesso. Poi si ricordano quanto hanno speso per il biglietto e ingoiano la tremarella.»
«Ne ha fatto un fenomeno da baraccone?»
Il padrone stringe le labbra. Pianta un piede sulla soglia. La figura è magra, ma il profilo pare ingrassato. Una silhouette gonfia d’ombra.
«No. È un’esposizione.»
Non discuto. Prendo la lanterna e spingo per entrare. I nostri petti gonfi: una sfida tra uomini deboli.
Appena il buio ingoia le spalle, la porta si chiude. La chiave gira nella serratura.
Non dico nulla. Non voglio dargli soddisfazione. Trattengo ogni reazione, ed è lui per primo a parlare.
«È ancora lì, dottore?»
«Sì.»
«Non voglio che la creatura fugga. Non ha mai tentato, ma preferisco chiudere. Appena ha finito, bussi e le aprirò.»
«Dove devo andare?» chiedo, la bocca vicina al legno umido.
«È un corridoio, dottore. Si ingegni.»
Chiudo la conversazione con uno sbuffo di irritazione. Tiro su la lanterna. Il calore mi sfiora la carotide. Scendo, verso l’oblio.
Dopo venti, forse trenta passi, sento una melodia.
Un carillon malato. O corrotto.
Proseguo. Intorno a me il buio si apre: ho raggiunto la stanza.
La melodia si interrompe di colpo, come se qualcuno avesse decapitato la cantante.
Davanti a me, timida alla luce, c’è una poltrona. Piedi dorati decorati a foglie. Velluto rosso stinto, ma ancora morbido, almeno così lo percepisce il mio occhio.
Avvicino la lanterna. La luce sfiora un piede: piccolo, femminile.
Alzo il braccio e libero dal buio la figura.
Una ragazza. Giovane. Capelli corti dietro l’orecchio, occhi neri, abito scuro consumato. Sul petto, nella zona del cuore, c’è un buco.
La ragazza sorride. Con un gesto della mano mi chiede di allontanare la lanterna.
«Lontano, signore», dice, indicando la fiamma con dita magre.
Poso l’unica fonte di luce alle spalle. Gli occhi si sono adattati al nero. Percepisco la sagoma della fanciulla.
Accavalla le gambe. Si siede su quel piccolo trono come una regina.
«Sono la Corculina», sussurra.
Due parole curiose: cor (cuore) e culina (cucina). Il nome suggerisce una trasformazione legata al cuore. Ma quale?
«Il tuo cuore si è consumato? Sei nata con una malformazione? O si è sviluppata, o…»
Un no, aspirato, interrompe il logorrio dei miei pensieri.
«Il nome me l’ha dato il padrone. E a guardarlo non sembra un luminare come voi. La mia condizione ha a che fare con il cuore, ma non agisce su di esso. Agisce su di me.»
«Spiegatevi, ve ne prego.»
Mi inginocchio ai suoi piedi.
La Corculina si avvicina al mio orecchio e sussurra:
«Io mangio il mio cuore.»
I miei occhi si spalancano ancora un po’. Le pupille bruciano.
«E come potete sopravvivere?»
«Perché non è il cuore ad alimentare i miei polmoni, a spingere il sangue, a inumidire i muscoli.»
«E cosa allora?»
«Il buio.»
Comprendo il motivo della lanterna.
«Ma allora perché mangiare il tuo cuore, se è il buio a sostenerti?»
La sagoma si alza dalla sedia. Dondola un poco.
«A voi piace il cioccolato, signore?»
Faccio un debole cenno.
«Il mio cuore è come cioccolato per me.»




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