Le bombe sono oggetti artigianali
- Yasmine Safi
- 12 mar
- Tempo di lettura: 3 min

Non dobbiamo perdere la nostra umanità.
Questo il trend 2026.
Quando leggiamo o sentiamo parlare di umanità, quasi sempre il significato è implicito.
Umanità diventa sinonimo del buon umano: empatia, ascolto, cura, gentilezza, sensibilità, attenzione, creatività.
È una parola che indica la parte migliore dell’essere umano.
Il problema è che questo significato non è l’unico possibile., e storicamente non è nemmeno quello originario.
Tutto il resto viene messo ai margini, come se crudeltà, dominio, violenza, egoismo, sadismo o distruzione fossero anomalie.
Eppure fanno parte dell’umano e diciamocelo: sono tra quelle che generano la creatività più interessante, quella che indaga la deviazione.
Per questo vale la pena fare un piccolo passo indietro.
Un breve excursus storico.
Lo tengo breve, promesso.
Per capire perché usiamo umanità nel suo significato più disneyiano.
1. Etimologia
Umanità deriva dal latino humanitas.
Humanitas deriva da humanus, che significa umano, proprio dell’essere umano, in contrapposizione a ciò che è divino o animale.
Humanus deriva a sua volta da homo: uomo nel senso di essere umano, non nel senso morale.
All’origine quindi humanitas non significa bontà.
Significa condizione umana.
Nel latino classico humanitas indicava soprattutto la formazione dell’essere umano: educazione, cultura, sviluppo dell’intelletto.
Solo in alcuni contesti poteva indicare anche affabilità o benevolenza, ma come tratto del carattere, non come significato centrale.
2. Il passaggio romano: Cicerone
Nel I secolo a.C. Cicerone utilizza humanitas in modo sistematico.
Per lui la parola indica soprattutto l’ideale dell’uomo formato attraverso l’educazione, la cultura e le arti liberali.
Humanitas diventa quindi un ideale di civiltà e formazione.
Significa essere umano educato e colto.
È il primo momento in cui la parola inizia a filtrare l’umano attraverso un ideale culturale.
3. Medioevo
Nel medioevo cristiano il termine subisce un nuovo spostamento.
Humanitas viene sempre più associata a:
• compassione
• carità
• misericordia.
L’umanità diventa quindi una virtù morale.
La capacità di provare pietà e attenzione verso gli altri esseri umani.
4. Rinascimento
Nel Rinascimento nasce l’umanesimo.
Il termine torna a indicare la formazione culturale dell’uomo: studio delle lettere, delle arti e della filosofia.
Da qui nasce la parola umanista.
Ma l’umano viene progressivamente associato anche a:
• dignità
• razionalità
• valore morale.
5. Illuminismo
Nel XVIII secolo il significato cambia ancora.
Con l’Illuminismo e con pensatori come Rousseau e Kant, l’umanità diventa una categoria morale universale.
Si lega a idee come:
• dignità dell’uomo
• diritti umani
• sensibilità morale.
Qui nasce davvero il significato moderno.
6. Età contemporanea
Nel linguaggio contemporaneo il termine si stabilizza.
Quando oggi diciamo umanità, quasi sempre intendiamo:
• empatia
• solidarietà
• sensibilità
• cura.
Le virtù dell’umano. Non l’umano intero.
Ora, potremmo dire che si tratta solo di una parola.
Ma basta guardare quanto è stata centrale nelle epoche che abbiamo attraversato.
Sedo subito possibili rivolte: non ho una posizione anti-umana.
Cerco semplicemente di tenere conto del tutto.
Quando scrivo provo, per quanto riesco, a guardare l’umano nella sua interezza.
Le emozioni, le contraddizioni, le deviazioni.
Parliamo di talento, di artiginalità, di essenza, posso rispondere che anche le bombe sono artigianali e maledettamente umane.
Ecco, ho timore perché quando una parola diventa morale smette di descrivere e comincia a prescrivere.
A quel punto non sta più raccontando l’umano. Sta dicendo come dovrebbe essere.
E qui le parole diventano qualcosa di più di semplici strumenti, diventano narrazione.
Il nostro cervello vive di narrazioni.
È così che organizziamo il mondo, che diamo senso alle cose, che decidiamo cosa sono i nostri 'giusti e 'sbagliati'.
Per questo le parole hanno una responsabilità enorme.
Quando le restringiamo troppo, quando le trasformiamo in ideali assoluti, rischiamo di smettere di guardare l’umano per quello che è, e cioè complesso, contraddittorio, capace di meraviglie, ma anche di distruzione.
Ed è forse anche per questo che oggi la parola umanità torna così spesso nei discorsi sulla tecnologia.
L’AI sta diventando un capro espiatorio molto comodo.
Molti discorsi suonano più o meno così: attenzione, con l’AI perderemo la nostra umanità.
Ma l’essere umano si è già consegnato da solo, molto prima, a logiche di efficienza, standardizzazione, performance e produttività.
La catena di montaggio non l’ha inventata l’AI e nemmeno le metriche che trasformano ogni attività in prestazione misurabile. La cultura del sangue e della fatica nasce ben prima dell’intelligenza artificiale.
E così la parola umanità diventa consolatoria: una parola calda, rassicurante, ma che non dice davvero nulla; per lo smarketing è una parola satura, come innovazione. La usi, la inserisci, la ricordi, la inneggi, ma non sai esattamente perché o a che cosa ti stai riferendo o di cosa stai parlando.
Conclusione?
Forse il punto non è difendere l’umanità come un ideale.
Forse il punto è continuare a esplorarla.





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